Scarpe nuove, nuovi passi

scarpeCarrie Bradshaw docet, ma la lista potrebbe essere lunga. Che le scarpe siano per il genere femminile una passione che può sconfinare nell’ossessione, è una certezza che può incontrare pochissime obiezioni. Mi sono ormai arresa all’idea. Una vita intera a fare slalom per evitare i luoghi comuni sulle donne, e poi ci cadi dentro con i due piedi. E mai come in questo caso metafora fu più appropriata. Ma al di là del piacere estetico o delle tendenze al collezionismo, perché si affida, magari inconsciamente, all’acquisto di scarpe una funzione al limite del terapeutico? E non voglio spingermi in analisi – anche se, forse, doverose –  sui nostri stili di vita dettati dal consumismo e dalla ricerca indotta dell’ebbrezza e della soddisfazione da shopping. Non è, d’altronde, questione di oggi. Leggevo in un suo scritto autobiografico dell’incontrollabile passione di Agatha Christie per le scarpe e della difficoltà – che riconosceva- di viaggiare leggera senza appesantire il bagaglio con nuove paia. Dunque perché, tra tante cose, quando una donna si sente demoralizzata, confusa o di cattivo umore, non c’è nulla di meglio che comprare l’ennesimo e probabilmente superfluo paio di scarpe. Perché non le cinte, i profumi, i libri, gli oggetti per la casa? Ci ho pensato e ho deciso di trovare da me una lista di scuse, ovviamente non plausibile, per placare i sensi di colpa che, inevitabili, ci colgono all’atto dell’ennesimo finanziamento di un negozio di calzature o di una bancarella al mercatino. Eccoli:scarpe 2

1 La considerazione razionale: le scarpe si consumano. Si bucano. Invecchiano precocemente e non possiamo accettarlo. Un paio in più non è mai in più.

2 L’analisi sociale: le scarpe creano senso di appartenenza a un certo gruppo di persone, a una categoria e si sa come l’essere umano, in questi tempi di smarrimento e di dissoluzione delle strutture sociali, abbia un inespresso bisogno di sentirsi parte di un qualcosa. Al liceo era così: c’erano le sostenitrici delle zeppe sempre e comunque e quelle che si accomodavano sulle sneakers. Nulla di meglio per essere accettata che averli entrambi. Con l’età si diventa più trasversali e meno ortodossi, ma il senso non cambia. Tra l’altro se le persone che ti circondano sono abituate a vederti indossare sempre lo stesso tipo di calzature, li puoi sorprendere facilmente sfoggiando i tacchi quando meno se lo aspettano o scendendo dai trampoli all’improvviso (e svelando la tua vera altezza). Della serie: mai dare nulla per scontato.

3 L’utilità: non è vero, come vogliono sostenere quelli che con le scarpe hanno un rapporto francescano, che ne bastano una o due paia a stagione per sopperire alle necessità. La vita può svelare mille sorprese. Ed è quindi sempre bene essere pronti ad affrontarle con il giusto paio di scarpe. Non è bello dover rinunciare a fare qualcosa perché non si hanno le calzature adatte. Giammai.

foto scarpe4 L’estetica: inutile girarci attorno. Il modello che ti conquista è sempre “troppo cariiino”. E lasciarsi andare a un po’ di dolce vita non può che smussare i nostri angoli caratteriali. E su queste pagine, si sa, ne siamo fan.

5 Scarpe nuove, nuovi passi: abbiamo bisogno come essere umani di sentire che la nostra vita vada avanti, che non si è ripiegati su se stessi, nonostante tutto. Si, le difficoltà ci sono, i problemi non mancano, le relazioni sono difficili e i futuri incerti. Ma noi ce la possiamo fare, possiamo andare avanti mettendo un piede davanti all’altro, che è molto più facile che provare a fare l’inverso, andare a ritroso. Pensiamoci. Cammini, cammini, e da qualche parte andrai. Verso l’ufficio, a incontrare un’amica, verso una stazione o un aeroporto, ad affrontare quella situazione, finalmente. Chi ti sosterrà in quel tragitto sono anche loro, le tue scarpe. E se ti piacciono e dicono qualcosa di te, il tutto, chissà, sarà forse più facile e piacevole.

A proposito di Agatha Christie e Nellie Bly, grandi viaggiatrici

La letteratura di viaggio è ricca di storie di grande interesse. Che siano il racconto emotivo di luoghi o le narrazioni di imprese straordinarie, brillano di un indubbio fascino che inevitabilmente si acuisce quando si tratta di esperienze vissute e raccontate in prima persona magari da autrici come la regina del giallo Agatha Christie e la leggendaria giornalista statunitense Nellie Bly. Mi sono imbattuta in due loro scritti di recente, da quando frequento il genere con maggiore assiduità. Due esperienze diverse le loro, tanto per le epoche – fine ‘800 per la Bly, anni ’40 del ‘900 per la Christie – quanto per il tipo di viaggio: una sfida pionieristica nel primo caso, avventure in terre lontane dovute a esigenze di studio e ricerca nel secondo. Sono, però, accomunate sia dall’eccezionalità degli eventi vissuti che dallo spirito con cui li affrontarono.

In “Viaggiare è il mio peccato” (Oscar Mondadori), la creatrice di Poirot e Miss Marple mette da parte misteriosi omicidi e intrighi per dedicarsi al racconto delle sue personali vicissitudini in Medio Oriente, al seguito delle spedizioni archeologiche del marito Max Mallowan. Ne “Il giro del mondo in 72 giorni” invece (l’ho letto nella versione francese edita da Editions Points, ma in Italia è pubblicato da Mursia), la Bly, nel 1889, decide di sfidare Phileas Fogg, sì, proprio il personaggio nato dal genio di Jules Verne, e intraprendere in solitaria un viaggio attraverso i continenti da concludere in meno di 80 giorni. Scommessa che vinse con coraggio e determinazione.

In tanti campi le donne hanno sempre dovuto sgomitare di più per fare quello che volevano fare e dimostrare il loro valore senza perdere quella che, per amore di sintesi, chiameremo femminilità. Lo hanno fatto andando in controtendenza, non allineandosi al costume vigente e smontando quell’insieme di comportamenti abitudinari e paure in cui le stesse donne della propria epoca si rifugiavano o in cui venivano costrette loro malgrado. Credo che questo sia valso anche per l’esperienza del viaggio, con tante eccezioni sia chiaro, come quelle di queste due straordinarie figure femminili. In questi scritti, oltre alla cronaca degli eventi, emergono le difficoltà che incontrarono e l’incredulità che le loro scelte suscitarono. Per vedere il suo progetto approvato da direttori e colleghi, Nellie Bly attese non poco tempo. Era una bella sfida quella di girare il mondo in poco più di due mesi, ma più adatta agli uomini, le dissero. Affrontò sguardi sorpresi e diffidenti, nonché battute sull’impossibilità per una donna di muoversi agevolmente a causa del consistente numero di bagagli che avrebbe portato con sé. Ma alla fine, fu lei a vincere. Armata di una sola borsa a mano e di un solo vestito, fece quello che nessun altro aveva fatto fino a quel momento e tracciò un segno nella Storia.

Tanto la giornalista americana, quando la scrittrice inglese usano una buona dose di autoironia nel descrivere le vicende di cui furono protagoniste regalando un punto di vista privilegiato sui loro caratteri. Vi consiglio, in particolare, le prime pagine del libro della Christie, quelle dedicate ai preparativi per le lunghe trasferte in Siria e Iraq, dense di humour. Come combinare l’esigenza di praticità e semplicità con l’irresistibile tentazione di non rinunciare a vezzi come un numero superfluo di scarpe? Un amletico interrogativo che tuttora, sono certa, si riverbera nella testa di ogni donna alle prese con la preparazione di una valigia e che la Christie (non) risolse a suo modo.

Siamo tutti circondati da donne fantastiche. Oggi come ieri. E non occorre intraprendere missioni straordinarie per dimostrarlo. Mi piace, però, pensare che persone come Agatha Christie e Nellie Bly, e tante come loro, abbiano avuto il coraggio o la forza di guardare più in là, e dopo aver trovato strade nuove, abbiano invitato a percorrerle, contribuendo a cambiare i tempi.