…perché Parigi è sempre una buona idea

Estate 1956 – collezione haute couture Dior – foto di Henry Clarke

A ogni stagione Parigi rivela un lato di sé. Non è mai la stessa, anche se in fondo il suo spirito non muta. Quindi, sì, Parigi è sempre una buona idea. E vi invito a viverla anche in questo anomalo autunno, che non ha raggiunto ancora le temperature a cui normalmente si è abituati in questo periodo, regalando insperati sprazzi di una quasi primavera. Una Parigi inedita, in un certo senso, da sperimentare tra le sue mostre, i suoi caffè e i suoi angoli più nascosti. Qualche suggerimento, dopo la mia ultima visita nella città di cui non ci si può mai stancare.

CHRISTIAN DIOR, COUTURIER DU RÊVE

Expo DiorSe una mostra, in qualunque ambito, è ben concepita, ha l’innegabile pregio di trasportare il visitatore momentaneamente in un altro mondo, in un altro tempo. E questo viaggio celebrativo per i 70 anni della maison Dior centra in pieno l’obiettivo. Una vera parentesi di dolce vita, che consacra il genio di un uomo, la creatività dello stilista (ma, mi permetto, anche degli allestitori), la capacità di una casa di moda di essere riuscita a lavorare nel solco tracciato dal fondatore. Al Musée des Arts décoratifs (a pochi passi dal Louvre), è in scena una selezione di oltre 300 abiti, 300 opere di maestria ed emozione, realizzati dal 1947 ai giorni nostri, da Dior e da chi è arrivato dopo fino a Maria Grazia Chiuri, prima donna a prendere le redini di questa fabbrica del sogno. Opere d’arte, fotografie, disegni, copertine contribuiscono a raccontare una storia che prosegue ancora oggi e che nel tempo ha influenzato la moda, sì, ma anche l’immagine della donna, il costume, il cinema. Dopo l’austerità della guerra, Dior regalò alle donne il New Look e la possibilità di potersi riappropriare della propria unicità, anche attraverso tessuti, forme, accessori, e di esprimere la propria femminilità.

Da non perdere, c’è tempo fino al 7 gennaio 2018 – www.lesartsdecoratifs.fr

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ROSE BAKERY PER UN PRANZO VELOCE

Tocco british, a due passi da Pigalle e Montmartre. Uova in tutti i modi (eccellenti le benedict), centrifugati di frutta, insalate e tanti, tanti, dolci all’inglese. Meta ideale per un light lunch o per una pausa pomeridiana. Atmosfera spontanea, quasi di casa.

www.rosebakery.fr

 

DUE PASSI…AL MERCATO DELLE PULCI

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Nonostante il caos e i commerci “moderni” intorno, le Marché des Puces (Metro: Porte de Clignancourt) conserva il suo fascino e lo riverbera anche verso chi non si districa normalmente tra pezzi di antiquariato e modernariato. Se cerchi qualcosa, pepite di rarità, qui, sono certa, le troverai. Ma anche se non cerchi niente, la passeggiata vale la gita fino alla periferia della città. Ho adorato una parete di teiere di latta. E mi sono fatta conquistare da un’edizione degli anni ’20 dei Tre Moschettieri di Dumas. Due tomi, con graziose illustrazioni. Testo in francese, stampato nel Regno Unito. Piccolo tesoro da portare a casa.

 

L’APERITIVO? SOLO DA MARCELLO

Venerdì sera, una settimana sulle spalle, e nella mente, da scacciar via il prima possibile. Marcello, nel 6° arrondissement, bar-bistrot torino-parigino, è il luogo ideale. Provare per credere. Al bancone, sorrisi, perle di saggezza e cocktail di nuova fattura su cui vi sarà chiesto di esprimervi. Il locale si trova sotto il livello della strada e ha una deliziosa terrazza.

http://marcello-paris.com/

 

A CENA AL CAFÉ DE L’INDUSTRIE

Vive la France, a tavola e nel bicchiere. I sapori e le ricette d’oltralpe sono celebrate con rispetto e abilità in questa mitica brasserie dell’11 arrondissement. Arredamenti anni 20/30, luci sapientemente orchestrate, tocchi qui e lì di esotismo, una forte identità che si ritrova anche nella cucina. Si dice, uno dei posti migliori dove ordinare il magret de canard. Approvato il boeuf bourguignon. Atmosfera calda e rilassata.

http://cafedelindustrieparis.fr/it

 

E DOPO, SPEAKEASY

Entri in una piccola osteria italiana che sforna pizze da un forno elettrico. “Mi aspettano”, dici. “è possibile”, ti rispondono. Varchi una porta e ti trovi nella dispensa. Apri il frigo e vieni catapultato in un ambiente da primi decenni del Novecento. Un lungo bancone bar, tavolini, luci basse. Modernariato, tappezzerie. Una delle mode in questo momento a Parigi, e non solo, sono questi speakeasy, dove poter trascorrere il tempo di un aperitivo o di un post cena. Bar ispirati a quelli americani che negli anni Venti e Trenta, in epoca di proibizionismo, vendevano bevande alcooliche. I tempi sono cambiati, ma il tocco di mistero e di eleganza di un luogo come Le Moonshiner (5 rue Sedain – zona Bastiglia) non può che avere il suo fascino.

 

Scarpe nuove, nuovi passi

scarpeCarrie Bradshaw docet, ma la lista potrebbe essere lunga. Che le scarpe siano per il genere femminile una passione che può sconfinare nell’ossessione, è una certezza che può incontrare pochissime obiezioni. Mi sono ormai arresa all’idea. Una vita intera a fare slalom per evitare i luoghi comuni sulle donne, e poi ci cadi dentro con i due piedi. E mai come in questo caso metafora fu più appropriata. Ma al di là del piacere estetico o delle tendenze al collezionismo, perché si affida, magari inconsciamente, all’acquisto di scarpe una funzione al limite del terapeutico? E non voglio spingermi in analisi – anche se, forse, doverose –  sui nostri stili di vita dettati dal consumismo e dalla ricerca indotta dell’ebbrezza e della soddisfazione da shopping. Non è, d’altronde, questione di oggi. Leggevo in un suo scritto autobiografico dell’incontrollabile passione di Agatha Christie per le scarpe e della difficoltà – che riconosceva- di viaggiare leggera senza appesantire il bagaglio con nuove paia. Dunque perché, tra tante cose, quando una donna si sente demoralizzata, confusa o di cattivo umore, non c’è nulla di meglio che comprare l’ennesimo e probabilmente superfluo paio di scarpe. Perché non le cinte, i profumi, i libri, gli oggetti per la casa? Ci ho pensato e ho deciso di trovare da me una lista di scuse, ovviamente non plausibile, per placare i sensi di colpa che, inevitabili, ci colgono all’atto dell’ennesimo finanziamento di un negozio di calzature o di una bancarella al mercatino. Eccoli:scarpe 2

1 La considerazione razionale: le scarpe si consumano. Si bucano. Invecchiano precocemente e non possiamo accettarlo. Un paio in più non è mai in più.

2 L’analisi sociale: le scarpe creano senso di appartenenza a un certo gruppo di persone, a una categoria e si sa come l’essere umano, in questi tempi di smarrimento e di dissoluzione delle strutture sociali, abbia un inespresso bisogno di sentirsi parte di un qualcosa. Al liceo era così: c’erano le sostenitrici delle zeppe sempre e comunque e quelle che si accomodavano sulle sneakers. Nulla di meglio per essere accettata che averli entrambi. Con l’età si diventa più trasversali e meno ortodossi, ma il senso non cambia. Tra l’altro se le persone che ti circondano sono abituate a vederti indossare sempre lo stesso tipo di calzature, li puoi sorprendere facilmente sfoggiando i tacchi quando meno se lo aspettano o scendendo dai trampoli all’improvviso (e svelando la tua vera altezza). Della serie: mai dare nulla per scontato.

3 L’utilità: non è vero, come vogliono sostenere quelli che con le scarpe hanno un rapporto francescano, che ne bastano una o due paia a stagione per sopperire alle necessità. La vita può svelare mille sorprese. Ed è quindi sempre bene essere pronti ad affrontarle con il giusto paio di scarpe. Non è bello dover rinunciare a fare qualcosa perché non si hanno le calzature adatte. Giammai.

foto scarpe4 L’estetica: inutile girarci attorno. Il modello che ti conquista è sempre “troppo cariiino”. E lasciarsi andare a un po’ di dolce vita non può che smussare i nostri angoli caratteriali. E su queste pagine, si sa, ne siamo fan.

5 Scarpe nuove, nuovi passi: abbiamo bisogno come essere umani di sentire che la nostra vita vada avanti, che non si è ripiegati su se stessi, nonostante tutto. Si, le difficoltà ci sono, i problemi non mancano, le relazioni sono difficili e i futuri incerti. Ma noi ce la possiamo fare, possiamo andare avanti mettendo un piede davanti all’altro, che è molto più facile che provare a fare l’inverso, andare a ritroso. Pensiamoci. Cammini, cammini, e da qualche parte andrai. Verso l’ufficio, a incontrare un’amica, verso una stazione o un aeroporto, ad affrontare quella situazione, finalmente. Chi ti sosterrà in quel tragitto sono anche loro, le tue scarpe. E se ti piacciono e dicono qualcosa di te, il tutto, chissà, sarà forse più facile e piacevole.