…perché Parigi è sempre una buona idea

Estate 1956 – collezione haute couture Dior – foto di Henry Clarke

A ogni stagione Parigi rivela un lato di sé. Non è mai la stessa, anche se in fondo il suo spirito non muta. Quindi, sì, Parigi è sempre una buona idea. E vi invito a viverla anche in questo anomalo autunno, che non ha raggiunto ancora le temperature a cui normalmente si è abituati in questo periodo, regalando insperati sprazzi di una quasi primavera. Una Parigi inedita, in un certo senso, da sperimentare tra le sue mostre, i suoi caffè e i suoi angoli più nascosti. Qualche suggerimento, dopo la mia ultima visita nella città di cui non ci si può mai stancare.

CHRISTIAN DIOR, COUTURIER DU RÊVE

Expo DiorSe una mostra, in qualunque ambito, è ben concepita, ha l’innegabile pregio di trasportare il visitatore momentaneamente in un altro mondo, in un altro tempo. E questo viaggio celebrativo per i 70 anni della maison Dior centra in pieno l’obiettivo. Una vera parentesi di dolce vita, che consacra il genio di un uomo, la creatività dello stilista (ma, mi permetto, anche degli allestitori), la capacità di una casa di moda di essere riuscita a lavorare nel solco tracciato dal fondatore. Al Musée des Arts décoratifs (a pochi passi dal Louvre), è in scena una selezione di oltre 300 abiti, 300 opere di maestria ed emozione, realizzati dal 1947 ai giorni nostri, da Dior e da chi è arrivato dopo fino a Maria Grazia Chiuri, prima donna a prendere le redini di questa fabbrica del sogno. Opere d’arte, fotografie, disegni, copertine contribuiscono a raccontare una storia che prosegue ancora oggi e che nel tempo ha influenzato la moda, sì, ma anche l’immagine della donna, il costume, il cinema. Dopo l’austerità della guerra, Dior regalò alle donne il New Look e la possibilità di potersi riappropriare della propria unicità, anche attraverso tessuti, forme, accessori, e di esprimere la propria femminilità.

Da non perdere, c’è tempo fino al 7 gennaio 2018 – www.lesartsdecoratifs.fr

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ROSE BAKERY PER UN PRANZO VELOCE

Tocco british, a due passi da Pigalle e Montmartre. Uova in tutti i modi (eccellenti le benedict), centrifugati di frutta, insalate e tanti, tanti, dolci all’inglese. Meta ideale per un light lunch o per una pausa pomeridiana. Atmosfera spontanea, quasi di casa.

www.rosebakery.fr

 

DUE PASSI…AL MERCATO DELLE PULCI

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Nonostante il caos e i commerci “moderni” intorno, le Marché des Puces (Metro: Porte de Clignancourt) conserva il suo fascino e lo riverbera anche verso chi non si districa normalmente tra pezzi di antiquariato e modernariato. Se cerchi qualcosa, pepite di rarità, qui, sono certa, le troverai. Ma anche se non cerchi niente, la passeggiata vale la gita fino alla periferia della città. Ho adorato una parete di teiere di latta. E mi sono fatta conquistare da un’edizione degli anni ’20 dei Tre Moschettieri di Dumas. Due tomi, con graziose illustrazioni. Testo in francese, stampato nel Regno Unito. Piccolo tesoro da portare a casa.

 

L’APERITIVO? SOLO DA MARCELLO

Venerdì sera, una settimana sulle spalle, e nella mente, da scacciar via il prima possibile. Marcello, nel 6° arrondissement, bar-bistrot torino-parigino, è il luogo ideale. Provare per credere. Al bancone, sorrisi, perle di saggezza e cocktail di nuova fattura su cui vi sarà chiesto di esprimervi. Il locale si trova sotto il livello della strada e ha una deliziosa terrazza.

http://marcello-paris.com/

 

A CENA AL CAFÉ DE L’INDUSTRIE

Vive la France, a tavola e nel bicchiere. I sapori e le ricette d’oltralpe sono celebrate con rispetto e abilità in questa mitica brasserie dell’11 arrondissement. Arredamenti anni 20/30, luci sapientemente orchestrate, tocchi qui e lì di esotismo, una forte identità che si ritrova anche nella cucina. Si dice, uno dei posti migliori dove ordinare il magret de canard. Approvato il boeuf bourguignon. Atmosfera calda e rilassata.

http://cafedelindustrieparis.fr/it

 

E DOPO, SPEAKEASY

Entri in una piccola osteria italiana che sforna pizze da un forno elettrico. “Mi aspettano”, dici. “è possibile”, ti rispondono. Varchi una porta e ti trovi nella dispensa. Apri il frigo e vieni catapultato in un ambiente da primi decenni del Novecento. Un lungo bancone bar, tavolini, luci basse. Modernariato, tappezzerie. Una delle mode in questo momento a Parigi, e non solo, sono questi speakeasy, dove poter trascorrere il tempo di un aperitivo o di un post cena. Bar ispirati a quelli americani che negli anni Venti e Trenta, in epoca di proibizionismo, vendevano bevande alcooliche. I tempi sono cambiati, ma il tocco di mistero e di eleganza di un luogo come Le Moonshiner (5 rue Sedain – zona Bastiglia) non può che avere il suo fascino.

 

La scoperta della Costa dei Trabocchi

Trabocco

Una di quelle sere di inizio settembre, quando la routine riprende fiaccamente e la testa cerca di adattarsi ai tempi e agli spazi cittadini, così diversi da quelli dell’estate. Tornati da poco dalle vacanze e magari già si pensa a dove poter scappare presto, a cosa vedere di nuovo. Zapping in tv e becco Camila Raznovich a bordo di una 500 rossa che gira tra borghi e paesini italiani. Le immagini propongono un mare molto bello e una costa punteggiata da palafitte in legno collegate alla terraferma con alte passerelle. Il blu, l’azzurro, il verde si rincorrono illuminati da una luce calda e avvolgente. È la Costa dei trabocchi, vengo a sapere da lì a poco, in Abruzzo. E penso che è lì che vorrei essere proprio in quel momento e che l’Italia è un paese meraviglioso che non smette di riservarmi sorprese. E così, dopo qualche settimana, in ottobre, ho raggiunto quell’angolo del litorale adriatico compreso tra i comuni di Rocca San Giovanni, San Vito Chietino e Fossacesia. Ho mancato Ortona, ma mi serve come scusa per tornarci presto. Sì, perché dopo questa veloce visita autunnale, vorrei ritrovarla d’estate, quando all’esperienza gastronomica, a cui più accennerò, potrò unire anche delle belle giornate di mare.

trabocco pesce palomboQuelle palafitte, che Gabriele D’Annunzio paragonava a “ragni colossali”, sono, appunto, i trabocchi che danno il nome alla zona. La loro storia è interessante e dice molto dello spirito del territorio. Sono antiche macchine da pesca, poi nel tempo dismesse e riconvertite successivamente in osterie di mare, sul mare. A costruirli all’origine non furono pescatori, ma gli agricoltori che per integrare l’attività nei campi, si dedicavano alla piccola pesca grazie a queste piattaforme in legno da cui sporgono bracci che sostengono enormi reti.

Un connubio, quello tra pesca e agricoltura, che emerge anche dalla tradizione locale in cui sono presenti piatti di pesce preparati con ortaggi e legumi del posto. E in effetti, durante la mia cena al Trabocco Pesce Palombo, uno dei primi a essere riconvertiti in locanda, ne sono spuntati diversi e tutte piacevoli sorprese. Di giorno o di sera, il fascino dei trabocchi è intatto. Si è letteralmente sul mare, a diversi metri dalla costa, con il rumore delle onde che si infrangono sui pali della struttura e sugli scogli. E guardando in su, almeno nel mio caso, un cielo stellato meraviglioso con luna piena (sono stata fortunata) che si rifletteva sull’acqua. Un vero spettacolo.

Il Pesce Palombo era molto amato da Lucio Dalla, le cui foto spuntano qui e lì nel locale. trabocco pesce palombo piatto Occorre senza dubbio prenotare, menu fisso che varia a seconda del pescato. Preparatevi a una lunga e variegata sequenza di piatti di pesce, un vero e proprio viaggio tra i sapori del posto che non deluderà. Anzi. Si finisce con dolcetti tipici così da pensare che la bontà sta anche nel non  sentire parlare della solita serie cheesecake/tortino/tiramisù
e delle loro noiose varianti. Non omologarsi si può e se si è alla ricerca di luoghi che siano uguali solo a loro stessi, veri e non vanesi, i trabocchi e la loro costa sono i posti ideali.


Trabocco Pesce Palombo

S.S. 16 Adriatica, Fossacesia (Ch)
Tel. (+39) 333.3055300

Cosa ho visitato: nelle vicinanze vale la pena andare a vedere l’abbazia di San Giovanni in Venere a Fossacesia e restare qualche minuto ad ammirare il panorama che si scorge dal belvedere. Pare che anche il chiostro sia molto bello, purtroppo, però, non ho avuto la possibilità di visitarlo. Il piccolo borgo di Rocca San Giovanni merita ugualmente una sosta.

 

Dove ho dormito: Agriturismo Rifugio Mare. Lo sguardo si perde tra ulivi e mare, intorno una quiete invidiabile. Posso dire senza incertezze che è dalla terrazza di questo luogo che ho visto la luna più incredibile di sempre.

agriturismo rifugio mare

Cronache gastronomiche: “Cuoco e camicia” a Roma

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Sophia Loren – By Minneapolis Star-Tribune-photo by David Seymour of Magnum Studios, New York

Sono stata al Cuoco e Camicia di Roma diverse volte. Tre per l’esattezza. Potrei dire di non averlo mai scelto, ma per una serie di casuali eventi, è questo piccolo e grazioso ristorante a pochi passi dal rione Monti ad aver scelto me. Alla terza volta ho pensato che questo destino andasse ascoltato ed ecco che la prima cronaca gastronomica che spunta in questi Appunti di dolce vita è dedicata alle proposte del Cuoco e camicia.

È uno di quei luoghi che forse riesce a far emergere – gastronomicamente parlando –  una Roma diversa da quella dell’infinita sequela di trattorie e bar acchiappa-turisti. E dire che non siamo lontani dal centro: il Colosseo è a poca distanza, così come la movida di Monti. Cuoco e Camicia, invece, si gode la sua posizione lievemente distaccata in un viottolo senza uscita che conduce a una scalinata. Atmosfera piacevole. Anche a locale pieno, la conversazione si può tenere senza problemi e senza il rischio di essere sovrastata dal vociare intorno.

Ma veniamo alla carta, che rispecchia quella sensazione iniziale: sembra di non essere a Roma, eppure un posto così forse può esistere solo qui. Nei menu cittadini, spesso e purtroppo, si vieni presi da un’inevitabile senso di noia. All’amatriciana segue la carbonara rincorsa a sua volta, guarda un po’, da una cacio e pepe e una gricia. Con la girandola di ingredienti che si ripetono e si alternano. Non me ne vogliano gli amici romani, ma nonostante vi siano posti in cui i piatti della tradizione siano eccellenti o in cui di certo non manchi l’innovazione, i menu della capitale non brillano di varietà, almeno dalla mia piccola esperienza.

In questo scenario, le proposte di Cuoco e camicia incuriosiscono, non c’è dubbio. La tradizione non scompare, ma si intreccia alla voglia di sperimentare e stupire. E per quanto mi riguarda, il coraggio va sempre premiato. Da qui, per esempio, la “carbonara al contrario”, apprezzata dai miei commensali. Delle mie tre esperienze, mi sento di segnalare senz’altro i piatti provati l’ultima volta: il polpo arrostito accompagnato da una crema di melanzane e da una salsa al jalapeno. Un antipasto equilibrato nelle sue componenti. Poi è stata la volta degli spaghetti al nero di seppia con ‘nduja di gamberi. Un piatto bellissimo oltre che buono, che mi dispiace non aver fotografato. Quasi un omaggio, nella sua estetica, alle profondità marine e ai loro colori. Per finire la cheese cake alla carota resa in una forma che vi sorprenderà. Anche il classico tiramisù non delude.

Purtroppo non ho immagini da proporre. La mia tecnica da debuttante cronista gastronomica si deve affinare.


Ristorante Cuoco e Camicia
Via di Monte Polacco, 2/4 – 00184 Roma
Tel. 06 88 92 29 87
Pranzo: dal mercoledì al venerdì ore 12.30-15
Cena sempre aperto

ps. sì, lo so, ho pubblicato nuovamente una foto di Sophia Loren, ma non è deliziosa?

Scarpe nuove, nuovi passi

scarpeCarrie Bradshaw docet, ma la lista potrebbe essere lunga. Che le scarpe siano per il genere femminile una passione che può sconfinare nell’ossessione, è una certezza che può incontrare pochissime obiezioni. Mi sono ormai arresa all’idea. Una vita intera a fare slalom per evitare i luoghi comuni sulle donne, e poi ci cadi dentro con i due piedi. E mai come in questo caso metafora fu più appropriata. Ma al di là del piacere estetico o delle tendenze al collezionismo, perché si affida, magari inconsciamente, all’acquisto di scarpe una funzione al limite del terapeutico? E non voglio spingermi in analisi – anche se, forse, doverose –  sui nostri stili di vita dettati dal consumismo e dalla ricerca indotta dell’ebbrezza e della soddisfazione da shopping. Non è, d’altronde, questione di oggi. Leggevo in un suo scritto autobiografico dell’incontrollabile passione di Agatha Christie per le scarpe e della difficoltà – che riconosceva- di viaggiare leggera senza appesantire il bagaglio con nuove paia. Dunque perché, tra tante cose, quando una donna si sente demoralizzata, confusa o di cattivo umore, non c’è nulla di meglio che comprare l’ennesimo e probabilmente superfluo paio di scarpe. Perché non le cinte, i profumi, i libri, gli oggetti per la casa? Ci ho pensato e ho deciso di trovare da me una lista di scuse, ovviamente non plausibile, per placare i sensi di colpa che, inevitabili, ci colgono all’atto dell’ennesimo finanziamento di un negozio di calzature o di una bancarella al mercatino. Eccoli:scarpe 2

1 La considerazione razionale: le scarpe si consumano. Si bucano. Invecchiano precocemente e non possiamo accettarlo. Un paio in più non è mai in più.

2 L’analisi sociale: le scarpe creano senso di appartenenza a un certo gruppo di persone, a una categoria e si sa come l’essere umano, in questi tempi di smarrimento e di dissoluzione delle strutture sociali, abbia un inespresso bisogno di sentirsi parte di un qualcosa. Al liceo era così: c’erano le sostenitrici delle zeppe sempre e comunque e quelle che si accomodavano sulle sneakers. Nulla di meglio per essere accettata che averli entrambi. Con l’età si diventa più trasversali e meno ortodossi, ma il senso non cambia. Tra l’altro se le persone che ti circondano sono abituate a vederti indossare sempre lo stesso tipo di calzature, li puoi sorprendere facilmente sfoggiando i tacchi quando meno se lo aspettano o scendendo dai trampoli all’improvviso (e svelando la tua vera altezza). Della serie: mai dare nulla per scontato.

3 L’utilità: non è vero, come vogliono sostenere quelli che con le scarpe hanno un rapporto francescano, che ne bastano una o due paia a stagione per sopperire alle necessità. La vita può svelare mille sorprese. Ed è quindi sempre bene essere pronti ad affrontarle con il giusto paio di scarpe. Non è bello dover rinunciare a fare qualcosa perché non si hanno le calzature adatte. Giammai.

foto scarpe4 L’estetica: inutile girarci attorno. Il modello che ti conquista è sempre “troppo cariiino”. E lasciarsi andare a un po’ di dolce vita non può che smussare i nostri angoli caratteriali. E su queste pagine, si sa, ne siamo fan.

5 Scarpe nuove, nuovi passi: abbiamo bisogno come essere umani di sentire che la nostra vita vada avanti, che non si è ripiegati su se stessi, nonostante tutto. Si, le difficoltà ci sono, i problemi non mancano, le relazioni sono difficili e i futuri incerti. Ma noi ce la possiamo fare, possiamo andare avanti mettendo un piede davanti all’altro, che è molto più facile che provare a fare l’inverso, andare a ritroso. Pensiamoci. Cammini, cammini, e da qualche parte andrai. Verso l’ufficio, a incontrare un’amica, verso una stazione o un aeroporto, ad affrontare quella situazione, finalmente. Chi ti sosterrà in quel tragitto sono anche loro, le tue scarpe. E se ti piacciono e dicono qualcosa di te, il tutto, chissà, sarà forse più facile e piacevole.

A proposito di Agatha Christie e Nellie Bly, grandi viaggiatrici

La letteratura di viaggio è ricca di storie di grande interesse. Che siano il racconto emotivo di luoghi o le narrazioni di imprese straordinarie, brillano di un indubbio fascino che inevitabilmente si acuisce quando si tratta di esperienze vissute e raccontate in prima persona magari da autrici come la regina del giallo Agatha Christie e la leggendaria giornalista statunitense Nellie Bly. Mi sono imbattuta in due loro scritti di recente, da quando frequento il genere con maggiore assiduità. Due esperienze diverse le loro, tanto per le epoche – fine ‘800 per la Bly, anni ’40 del ‘900 per la Christie – quanto per il tipo di viaggio: una sfida pionieristica nel primo caso, avventure in terre lontane dovute a esigenze di studio e ricerca nel secondo. Sono, però, accomunate sia dall’eccezionalità degli eventi vissuti che dallo spirito con cui li affrontarono.

In “Viaggiare è il mio peccato” (Oscar Mondadori), la creatrice di Poirot e Miss Marple mette da parte misteriosi omicidi e intrighi per dedicarsi al racconto delle sue personali vicissitudini in Medio Oriente, al seguito delle spedizioni archeologiche del marito Max Mallowan. Ne “Il giro del mondo in 72 giorni” invece (l’ho letto nella versione francese edita da Editions Points, ma in Italia è pubblicato da Mursia), la Bly, nel 1889, decide di sfidare Phileas Fogg, sì, proprio il personaggio nato dal genio di Jules Verne, e intraprendere in solitaria un viaggio attraverso i continenti da concludere in meno di 80 giorni. Scommessa che vinse con coraggio e determinazione.

In tanti campi le donne hanno sempre dovuto sgomitare di più per fare quello che volevano fare e dimostrare il loro valore senza perdere quella che, per amore di sintesi, chiameremo femminilità. Lo hanno fatto andando in controtendenza, non allineandosi al costume vigente e smontando quell’insieme di comportamenti abitudinari e paure in cui le stesse donne della propria epoca si rifugiavano o in cui venivano costrette loro malgrado. Credo che questo sia valso anche per l’esperienza del viaggio, con tante eccezioni sia chiaro, come quelle di queste due straordinarie figure femminili. In questi scritti, oltre alla cronaca degli eventi, emergono le difficoltà che incontrarono e l’incredulità che le loro scelte suscitarono. Per vedere il suo progetto approvato da direttori e colleghi, Nellie Bly attese non poco tempo. Era una bella sfida quella di girare il mondo in poco più di due mesi, ma più adatta agli uomini, le dissero. Affrontò sguardi sorpresi e diffidenti, nonché battute sull’impossibilità per una donna di muoversi agevolmente a causa del consistente numero di bagagli che avrebbe portato con sé. Ma alla fine, fu lei a vincere. Armata di una sola borsa a mano e di un solo vestito, fece quello che nessun altro aveva fatto fino a quel momento e tracciò un segno nella Storia.

Tanto la giornalista americana, quando la scrittrice inglese usano una buona dose di autoironia nel descrivere le vicende di cui furono protagoniste regalando un punto di vista privilegiato sui loro caratteri. Vi consiglio, in particolare, le prime pagine del libro della Christie, quelle dedicate ai preparativi per le lunghe trasferte in Siria e Iraq, dense di humour. Come combinare l’esigenza di praticità e semplicità con l’irresistibile tentazione di non rinunciare a vezzi come un numero superfluo di scarpe? Un amletico interrogativo che tuttora, sono certa, si riverbera nella testa di ogni donna alle prese con la preparazione di una valigia e che la Christie (non) risolse a suo modo.

Siamo tutti circondati da donne fantastiche. Oggi come ieri. E non occorre intraprendere missioni straordinarie per dimostrarlo. Mi piace, però, pensare che persone come Agatha Christie e Nellie Bly, e tante come loro, abbiano avuto il coraggio o la forza di guardare più in là, e dopo aver trovato strade nuove, abbiano invitato a percorrerle, contribuendo a cambiare i tempi.

Tre spiagge da non perdere in Corsica

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Il mare dalla spiaggia di Bodri

È una vacanza completa quella che si può fare in Corsica, o quanto meno, nel nord dell’isola che è la zona che ho in parte visitato ad agosto. Cosa intendo per completa? La possibilità di alternare il mare alla montagna, godere di spiagge paradisiache e di rigeneranti passeggiate nel verde, il tutto a una distanza relativamente contenuta. Poi c’è la componente culturale con la scoperta di borghi e paesini, nonché quella relativa alla gastronomia, altrettanto interessante. Ma vediamo di andare con ordine e iniziamo con il mare. Una decina di giorni tra Calvi, Ile Rousse, Saint Florent e non ha mai deluso. Ecco le tre spiagge che ho amato di più.

BODRI

Ne avevo letto sulla guida che avevo con me e la descrizione lasciava ben sperare. Si parlava di una natura splendida, sabbia bianca immacolata e di un’acqua di trasparenza eccezionale. Ero a pochi metri da lì quando mi sono imbattuta in un bambino entusiasta che riferiva ai genitori: “è come una piscina!”. Ovviamente era meglio ma la descrizione era calzante. Spiaggia meravigliosa e il mare qualcosa di indescrivibile, non potevo credere ai miei occhi. Affollata come normale che sia ad agosto ma comunque godibilissima. È nei dintorni di Corbara e dell’Ile Rousse. Particolarità: ogni tanto sentirete passare il trenino costiero corso e lo vedrete “sfrecciare” con i suoi due vagoni tra arbusti e collinette.

OSTRICONI

Mi hanno detto che la Corsica, nei suoi posti più belli, va conquistata. Forse uno di questi casi è proprio la spiaggia di Ostriconi raggiungibile dopo circa quindici minuti di cammino nel delta dell’omonimo fiume che dà il nome a tutta la regione.

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Delta dell’Ostriconi

Nulla di faticoso: è un tragitto facile, l’importante è non farlo con i tacchi! La valle dell’Ostriconi è una delle zone dell’isola dedite alla produzione dell’olio (a proposito: dovete assaggiarlo).

 Passeggerete tra canneti e piccoli bacini prima di raggiungere una lunga striscia di sabbia incastonata in una baia, circondata da dune e arbusti di maquis. Spettacolo assicurato.

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Spiaggia di Ostriconi

SALECCIA

Signori e signore, eccovi la vincitrice dell’estate. A proposito di Corsica da conquistare, per raggiungere Saleccia vi toccherà un’ora di strada sterrata attraverso il Deserto delle Agriate da percorrere rigorosamente con un 4×4. Non avventuratevi con la vostra automobile a meno che non abbia questa caratteristica e sia dotata di pneumatici adatti. Rischiereste di rovinare la vostra vacanza e trascorrerla in compagnia di un meccanico. Ci sono molte agenzie che organizzano trasferte in fuoristrada e che propongono anche tour e pacchetti. Credetemi, ne vale la pena. Il tragitto del Désert des Agriates, una vasta area in passato a vocazione agricola e adesso totalmente disabitata, è un’esperienza affascinante. Le più variegate formazioni rocciose si alternano ai cespugli di macchia mediterranea. Qui e lì sorgenti d’acqua dolce. Le navette vi daranno molto probabilmente appuntamento a Casta, una località che sorge sulla via per raggiungere Saint Florent. Il fuoristrada vi lascerà in una splendida e odorosa pineta. Da lì pochi passi e lo stupore è garantito. E una parentesi di dolce vita anche.

Saleccia
Spiaggia di Saleccia

Piccolo aneddoto cinefilo: qui è stato girato “Il giorno più lungo”.

 

Corsica, per chi cerca bellezza

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Spiaggia dell’Ostriconi

Sono finita in Corsica questa estate quasi per caso. Anzi, per meglio dire, per esclusione. Una serie di mete inaccessibili (qualcosa mi dice che alcuni paesi europei, Italia inclusa, segneranno un aumento considerevole dei flussi turistici per il 2017) e manovre organizzative varie hanno fatto sì che potessi finalmente scoprire l’ȋle de beauté, l’isola della bellezza. Non ci ho messo molto per capire il perché di questo appellativo. La Corsica è splendida e mi sento di affermarlo nonostante abbia visitato, per ora, solo il nord. Non potevo in effetti chiedere di meglio per appagare un certo desiderio e una certa necessità di mare e di profumi e atmosfere mediterranee, un qualcosa che avevo trascurato da un po’.

Cosa è stata la mia Corsica? Innanzitutto acque cristalline, di mille sfumature di azzurro. Spiagge meravigliose, come piccoli paradisi più o meno accessibili da conquistare. E poi i paesini arroccati che spuntano tra gli ulivi e i boschi della Balagne. I borghi e le cittadelle sul mare, tutti con le loro storie di resistenza e conquista da raccontare. La costa al sud di Calvi di struggente maestosità (ah, quanto mi sarebbe piaciuto continuare e arrivare fino alla zona delle Calanque: sarà per la prossima volta) e l’incanto di quella al nord di Bastia (anche qui, un piccolo rammarico: tornare per fare il giro completo del Cap Corse). E poi la scoperta dell’interno con Corte e le gole della Restonica, dove poter fare il bagno nei laghetti che si susseguono nel letto del torrente, circondati da castagni, pini e silenzio. E ancora il profumo del maquis, della macchina mediterranea, che da sempre è per me sinonimo ancestrale di casa, appartenenza, identità.

Settembre non è ancora finito e neanche l’estate. Quindi se vi volete ritagliare un weekend all’insegna della bellezza in spiagge che immagino anche meno affollate rispetto ad agosto, siete ancora in tempo per una toccata e fuga in Corsica. D’altronde lo diceva anche un grande viaggiatore come lo scrittore francese Alexandre Dumas: “Non c’è nulla di più pittoresco e di più comodo che un viaggio in Corsica” (da “I Fratelli Corsi”. L’ho letto nell’edizione francese di Folio Classique, ma vedo che in Italia è pubblicato da Donzelli Editore). Navi e traghetti da Genova o Livorno e il gioco è fatto. Potranno servirvi appunti di dolce vita? Seguitemi!

Si parte!

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Per diversi motivi, di vita e di lavoro, ho iniziato a viaggiare più spesso. Nulla di paragonabile con chi sale e scende dagli aerei come da uno step in palestra, ma, insomma, ho girato e sto girando. E ci ho preso gusto. C’è qualcosa nella dimensione del viaggio che mi affascina terribilmente. Gli occhi cambiano lo scenario su cui normalmente si soffermano e per chi, come me, soffre di fastidiosi rossori, è un sollievo migliore di qualsiasi collirio. Il viaggio, inoltre, è sempre un nuovo inizio: che sia di piccola o lunga durata o per vicine o lontane destinazioni, ti permette di azzerare il contatore e, in parte, ricominciare. E può essere terapeutico. È, d’altronde, un’esperienza, comunque vada. Quindi arricchisce, insegna, porta con sé una inevitabile crescita. Se si è affetti da insaziabile curiosità, viaggiare è il più nutritivo degli alimenti. Si rispolverano le conoscenze di storia, si allieta lo spirito con opere d’arte, si allargano i propri orizzonti mentali conoscendo, scoprendo, adattandosi, mettendosi alla prova. C’è, poi, tutto il lato gastronomico della faccenda, ottimo canale per conoscere la cultura di un territorio e di un popolo. Per dirla con uno dei personaggi di Alicia Giménez-Bartlett: “Nessun viaggio è un vero viaggio se non ci si ferma per mangiare”. E devo ammettere che l’argomento mi lascia tutt’altro che indifferente.

Dunque, sì, il viaggio, come scoperta, visione, fuga, divertimento, necessità vitale. Se avrete la pazienza o la curiosità di seguirmi, ne potremo discutere insieme. Non si parlerà solo di questo. Mi farebbe piacere accompagnarvi tra i miei Appunti di dolce vita, quelle parentesi di ossigeno che ci ritagliamo tra impegni, incombenze e seccature. Un titolo che non nasce per caso. Cammino e viaggio da sempre con una penna e, almeno, un foglio di carta in borsa. E sulla dolce vita l’omaggio è intuibile. La sintesi dei due elementi e lo sprone a mettere in pratica questa confusa idea li devo a due persone che da un po’ di tempo hanno la bontà di sopportarmi. Si riconosceranno passando di qui.

Allora, si parte!

“Quando sono in viaggio, d’improvviso ogni legame decade, mi sento leggerissimo, senza alcun rapporto e libero. Interi anni passati ritornano d’un tratto: nulla è concluso, tutto ancora ricolmo di esordio e seduzione”

Stefan Zweig, “Quel paesaggio lontano” (EDT)

Disegnato da Freepik

Un capello bianco

Sophia_Loren_1954_bMetti la prima giornata di pioggia dell’estate. Aggiungi il blues del rientro, la testa ancora in viaggio e lo spirito che lentamente e malvolentieri si abitua alla condizione di ritorno alla routine. C’è poi quel nuovo intruso, scostumato e irrispettoso come pochi, che ha deciso di mostrarsi in tutto il suo irriverente biancore. Nessuna possibilità di appello. Con sfrontata ostinazione ti dice che c’è un prima e c’è un dopo quando appare lui. Se ne traggano le conseguenze. E io sono qui, pronta a raccogliere la sfida. Ecco, se oggi ho deciso di provare a creare un luogo dove raccontare quello che vedo e sperimento quando sono in viaggio o le cose che leggo o chissà cos’altro, è perché c’è un capello bianco che mi osserva minaccioso dal riflesso dello specchio e a lui qualche risposta la devo. Quando, dunque, vi imbatterete in questa pagina e penserete “oddio, un altro blog!” saprete che dovrete prendervela con un capello bianco. Ma non sarà la prima volta, o sbaglio?